Treno in direzione rabbia. Ferma a…

Da quando ho preso la più incredibile decisione della mia vita, sono passati due anni in cui ho pianto, riso, comprato uno zaino e  sono partita con solo quello sulle spalle, ho preso 3 volte l’aereo, alcuni treni, tantissimi autobus. Ho iniziato yoga, ottenuto  una carta di credito, comprato un asciugacapelli, un ventilatore e un numero insensatamente alto di scarpe. Ho bevuto tantissimi bicchieri di vino, conosciuto persone incredibili, altre meno simpatiche, alcune davvero antipatiche. Ho cancellato tutti i numeri dalla rubrica, mi sono cresciuti i capelli, poi li ho tagliati, sono ricresciuti e li ho decolorati. Ora sono un po’ secchi.
Ho realizzato il mio desiderio più grande e firmato tre contratti che mi hanno fatto sentire grande. Ho pianto (l’ho già scritto, ma ho pianto tante volte!), ho cucinato per la prima volta la zucca spaghetti e assaggiato il seytan (non mi è piaciuto). Ho cambiato residenza e abitudini. Mi sono iscritta in palestra, ho visto Ancona e vinto tre bottiglie di birra. Ho conosciuto una persona che mi ha ricordato che, da qualche parte, ho ancora cuore e vagina. Ho quasi finito il vent’anni. Ho trovato il primo capello bianco, l’Alligatore è tornato per ben due volte e sono andata ad un concerto di Nicolò Fabi.
Ho mangiato e bevuto bene, ma anche male.

Ma, per poter fare tutto questo, ho anche dovuto decidere di togliere la rabbia dalla mia vita quotidiana. Non sapevo che farmene, però, di tutta quella negatività: in casa non ho tappeti e l’alcol è la soluzione di una sera, mica della vita! Ho pensato che se l’avessi indirizzata tutta in una direzione, avrei potuto dimenticarla. Si sarebbe putrefatta e non sarebbe più stato un mio problema. Ho individuato chi odiare e cosa odiare e, con la precisione di un cecchino, l’ho riversata sull’uomo che l’aveva generata. Lui, in quel momento, ha smesso di esistere: è diventato un ammasso di schifo, righe nere su uno sfondo bianco. Ho persino piano piano reintrodotto anche dei ricordi del passato e il suo nome ha smesso di distruggermi il sistema nervoso.

Poi in ufficio dicono: devi andare a Treblablabla. BAM. E’ il rumore del cuore che salta un battito, perchè è caduto. No, ma come? Io sarei dovuta andare ad Avellino! Ero già pronta a chiamare il mio amico! Dai, non lo vedo da 6 anni etc. No, Elena. Tu andrai a Treblablabla.

Cazzo. Ma il treno dove ferma? No, non ci credo. Ferma proprio lì. Dove risiede la mia rabbia.

Due anni di yoga, asciugacapelli, pianti e risate…e poi? Basta Google maps a far crollare tutto.

O forse no.

Forse due anni di vino e capelli rovinati mi hanno reso la persona che sa affrontare anche la rabbia. Non lo so. Lo scoprirò il fottutissimo 5 del fottutissimo marzo.

 

 

Pittori monotoni e passato remoto.

Se mi guardo indietro vedo questo.

Vedo una giornata di sole, su un colle.

Vedo nuvole bianche che sembrano disegnate da un pittore con pochissima fantasia.

Vedo una strada in salita, in un pomeriggio afoso. Ed una strada in discesa, in una mattina gelida.

Vedo lo stesso tragitto di ogni giorno, vedo nuove abitudini che sono già cattive abitudini.

Vedo facce nuove, che diventano sempre le stesse facce. E poi, di nuovo, altre facce nuove che ancora non so se diventeranno ordinarie o straordinarie.

Vedo e riconosco il passare di tre stagioni: sto aspettando ora la quarta.

Vedo che il mio passato più recente non sei più tu, ma sono io.

Io sono diventata il mio passato, il mio presente e sarò il mio futuro. Tu sei remoto, ma non per questo meno doloroso.

Pensi che non mi spaventi tutto questo? Pensi che me lo sia meritata?

Forse hai ragione, o forse no. Ma importa ancora, a questo punto?

No, perchè se mi guardo indietro non vedo più delle domande, ma una giornata di sole su un colle e nuvole bianche disegnate da un pittore con pochissima fantasia.

Un gelato al lampone, in coppetta. Grazie.

Quanto più si è amato, quanto meno si è disposti a trattare.

Questa è la conclusione a cui giungo, dopo mesi di elucubrazioni.

Bella roba.

Insomma, avrei sperato di arrivare a conclusioni un po’ più concludenti, ma niente.

Che poi, non è strano? Come si può preferire il nulla, al qualcosa? Piutostche nientl’è mej piutost, come dicono dalle miei parti, è il mantra della rassegnazione. Eppure, a pensarci, ha un suo senso! Eppure, a rifletterci, non lo condivido per niente.

Perchè se io voglio il gelato al lampone, cazzomene di pagare due euro e cinquanta centesimi per un gelato alla fragola?

C’è chi davanti a tutto, mette il gelato: poco importa che sappia di fragola o di lampone. C’è chi vuole il gelato e, magari, neanche gli interessa che sia nel cono o nella coppetta!

Ma io no, io non sono così. Io il gelato lo voglio al lampone e rigorosamente in un coppetta, meglio se piccola, che poi se no lo avanzo.

E non è che non ci abbia provato, eh! Per un po’, ho persino raccontato in giro che a me neanche piaceva il lampone!!

Poi un giorno ho capito che non ero io a dover cambiare gusto di gelato, era la gelateria a dover riassortire l’offerta e così gliel’ho detto: me ne vado, perchè io non sono disposta a vivere una vita senza gelato al lampone, mi dispiace.

Ora, io non ho più saputo niente di quella gelateria. Non ho idea di quale strada abbia deciso di percorrere, né quali gusti abbia scelto di produrre, ma penso che sarebbe carino, qualora decidesse di rimettere in produzione il lampone, che me lo facesse sapere.

In fondo, ero pur sempre la sua cliente più affezionata.

Life is a cabaret

Ciao, vi racconto di quando il burlesque mi ha salvato la vita.

I miei ultimi 12 mesi sono stati intensi, in senso prettamente negativo.

Ho cambiato casa, città, Stato.

Sono tornata in una realtà che non mi apparteneva ormai da molto tempo e no, non certo da vincitrice.

Ci sono tornata con le orecchie basse e ho accettato quella legge del contrappasso che è inevitabile pagare, quando schifi l’unico piatto che rimane sulla tua tavola.

Ho affrontato il nulla: da tutto, a nulla. E’ un gran cambiamento, un po’ come dalle stelle alle stalle!

Ho ricevuto tanti di quegli schiaffi che, sebbene figurati, hanno bruciato più di quelli veri.

Ho tentato in tutti i modi di rialzarmi, ma gli specchi che riflettono gli stati d’animo sono alquanto complicati da scalare.

Ho pensato di non farcela, di scappare ma, poi, per andare dove? Con quali soldi? Con che spirito?

Sono rimasta e ho ingoiato i bocconi amari, mi è parso fino di avere la bocca felpata, insensibile ad un certo punto.

Poi lo spiraglio. Vedo piume (sì, come quelle del “Libbbbbbro”), vedo tacchi alti, vedo lacci e colori intensi.

Una sera, non migliore di altre sere, mi scontro con donne bellissime. E per bellissime, non intendo esteticamente impeccabili, no, intendo belle. Sorridenti, sicure, divertite. Donne che, in mezzo a tutte quelle scarpe da ginnastica, avevano dei tacchi pazzeschi. E ho pensato che non esistesse metafora migliore per ricominciare a vivere.

Ho tirato fuori dall’armadio i miei tacchi più alti, il mio rossetto più bello, il vestito più luccicante e mi sono lanciata: un lancio vero, di quelli che Rat-man fa flettendo i muscoli, poi il vuoto.

Ho ricominciato a respirare.

Mi pare di non averlo fatto per così tanto tempo che ora, appena posso, chiudo gli occhi ed assaporo il gusto dell’aria.

Mi vesto di paillettes e vivo in simbiosi con il mio boa e poco importa fin dove arriverò sulle mie gambe fasciate di rete.

Questa è la serenità che ho sognato per tanto e che ho scelto di conservare qui, perchè un giorno finirà e vorrei ritrovare le sensazioni di oggi, ben conservate in un diario di latta.

Dubito ergo sum.

In questa bella-perchè-varia moltitudine di persone che abitano questo pianeta, vi sono le c.d. anime semplici.

Si tratta di persone che si pongono poche domande e che si accontentano di cercare la loro felicità o ragion d’essere in quello che hanno a disposizione, come affetti da una sorta di rassegnato fatalismo.

Nel mio immaginario, sono donne che abbinano il colore del divano a quello delle pareti e uomini che “casa è dove puoi giocare alla play station”. Donne che non rinunciano alla messa in piega una volta a settimana e uomini che, se gli togli il fantacalcio, diventano matti. Donne semplici che si accompagnano con uomini semplici e che hanno applicato, alla loro vita, uno schema imprescindibile: venerdì con le amiche, sabato con il fidanzato, domenica al centro commerciale. Mercoledì sesso. Anzi no, meglio il giovedì, che il mercoledì c’è zumba.

Sono persone che a San Valentino bevono il prosecco con il fidanzato e l’8 marzo il limoncello con le amiche, da sempre e per sempre.

Sono uomini o donne che non perdono moltissimo tempo a rimuginare sul latte versato: o lo scavalcano o lo puliscono, in ogni caso ne comprano un altro litro.

Talvolta ingenui, altre volte molto pratici oppure solo molto semplici, in ogni caso galleggiano sulla superficie delle cose e non amano mettere la testa sott’acqua. La loro vita è condizionata da un sistema binario:o è si, o è no.  Unica ccezione sono le cinquanta sfumature di grigio, rosso e nero che bastano a completare la loro scala cromatica di riferimento.

A vederla cosi, sembrerebbe quasi che io disprezzi queste persone. Tutt’altro: la mia è solo invidia. Profonda invidia per chi, come loro, non passa la vita ad interrogare sé stessa e gli altri su quale sia la migliore delle strade possibili, per raggiungere il migliore dei mondi possibili, dove vivere la migliore delle vite possibili. E il sabato espletano quel rituale propiziatorio che va dall’aperitivo alla caipiroska alla fragola, invece di stare a un piccì a masturbare mente e tastiera.

Touché.

Veterinari per unicorni

Esiste qualcosa di più inopportuno del consiglio sbagliato?

Mi spiego.

Esistono situazioni che, più di altre, invitano il prossimo a formulare consigli, perle di saggezza, indicazioni terapeutiche. In tali accadimenti, chi ti sta intorno (o, almeno, la maggior parte di essi) si sente autorizzato ad indicarti la via per la guarigione/risurrezione/salvezza ( a seconda dell’approccio, più o meno scientifico!)

Ad esempio, dopo la fine di una relazione, chi non si è imbattuto nel sempreverde “se non ti vuole, non ti merita” o, ancora, nel sempiterno “chiodo schiaccia chiodo”?

Al momento, essendo piuttosto disoccupata, mi trovo ad avere a che fare con un branco di espertissimi consulenti del lavoro.

Tale categoria, multiforme e in continua evoluzione, si divide in diversi esperti del settore.

–       I “cuggini”. Qualunque sia la tua specializzazione, fosse anche in veterinaria dell’unicorno, stai pur certo che loro hanno un “cuggino” che lo fa e, a cui, non mancheranno di chiedere dritte per farti entrare in quel magico mondo del lavoro, tanto agognato. Neanche a dirlo, non sentirai più parlare né di loro, né del cuggino.

–       Gli “introdotti”. Non si appoggiano a fantomatici “cuggini”, perché sono proprio loro, in prima persona, ad offrirti l’ancora di salvezza. Appena saputo il tuo titolo di studio che, ripeto, potrebbe anche essere veterinaria dell’unicorno, si illuminano ed esordiscono con “saresti la persona perfetta per me”. Solitamente, costoro hanno dei progetti in testa, delle idee da sviluppare, niente di certo, ma tutto in progress. Millantano conoscenze e collaborazioni che non vedono l’ora di poter condividere con te. Ti propongono lavori tanto allettanti, quanto aleatori. Ti chiedono il numero, l’email, il contatto facebook, twitter, instagram e flickr (sono sempre personaggi molto social, loro!) e poi, puff!, spariranno con la stessa facilità con cui sono comparsi.

–       I “n’importe quoi”. Si tratta di persone che, probabilmente, non hanno la più pallida idea di cosa significhi fare dei sacrifici, per questo insistono sul fatto che dovresti iniziare a farne. Ti chiedono continuamente come mai tu abbia rifiutato quell’ottimo posto da venditore di olio porta a porta, retribuito a provvigioni (il 15% delle vendite mensili) o quell’altrettanto allettante posto senza orari fissi e con un contratto di stagista, senza rimborso spese.

A parte, poi, ci sono le persone che provano a darti un sincero conforto e solo apparentemente appartengono alle categorie di cui sopra. A loro va il mio pensiero più dolce, perché la loro miopia è data da una malformazione cuoriforme dell’occhio e, al contrario degli altri, pensano realmente che la tua specializzazione in veterinaria dell’unicorno sia una vera ricchezza, che meriti di essere riconosciuta ed apprezzata da tutto il mondo!

Mi candido a regina, si può?

Gentile Presidente,

Le scrivo in relazione alle dimissioni del Dott. Mastrapasqua.

Si è liberato un posto di lavoro e, vista la concorrenza, ho pensato di rivolgermi direttamente a Lei. Certo, sono giovane e con poca esperienza, ma ho un curriculum proprio niente male.
Gentile Presidente, lo sa che dopo essermi laureata con il massimo dei voti, sono subito partita per l’Europa? Ho prestato servizio –gratuito- in un’Ambasciata italiana, poi sono volata in Francia in un ufficio del Parlamento europeo, sempre a mie spese, s’intende.
Pensi, Presidente, che gli sforzi sono stati premiati e ho ottenuto una borsa di studio di ben cinque mesi!
Purtroppo, le istituzioni hanno quel brutto vizio di non assumere, così dopo due anni di pellegrinaggi ho pensato che il mio curriculum fosse sufficientemente maturo per esser mandato per il mondo.

Era il vicino 2013 e una serie di motivi, non ultimo l’amore per il Bel Paese, mi hanno ricondotta nell’italica patria.
Dopo undici mesi di permanenza, sono quasi pronta a riconoscere la sconfitta e ad archiviare la fiducia che ci sia un posto anche per me.
Perché sa, cercar lavoro, oggi, è diventato un lavoro: ci si dedica una media di 8 ore al giorno, 5 giorni a settimana. Non si è retribuiti, non esistono ferie o malattie. Bisogna esser specializzati e ben preparati a riconoscere le c.d. “bufale” ed avere le spalle sufficientemente larghe per poter gestire il senso di inadeguatezza, ogni volta che si risulta essere troppo qualificati, poco specializzati, con un’esperienza non spendibile e decisamente troppo ambiziosi.
Nel bel mezzo della ricerca di un lavoro, pensi, uno l’ho anche trovato!
Sono stata addetta al commercio Italia/Francia di una piccola azienda: dopo due mesi di insistenti richieste di stipulare un contratto, hanno realizzato di non aver più bisogno della mia manodopera. Mi hanno pagata con tre mesi di ritardo, indovini come.

Immagino che Lei capisca, Presidente, quanto sia demoralizzata. Allo scadere dei dodici mesi sarò costretta a prendere la più difficile delle decisioni: unirmi alla banda dei cervelli in fuga e lasciare la terra natia.
Badi bene, Signor Presidente, io credo fermamente che là fuori esista un mondo degno di esser vissuto, ma sono anche fervente sostenitrice del diritto alla domiciliazione dell’individuo. Vorrei poter scegliere dove vivere, vorrei continuare a far parte di questo Paese e non esser più solo una presenza contabile. Vorrei (lo so, questa è grossa) pagare le tasse perchè, come diceva l’allora Ministro Padoa-Schioppa, vorrei anche io contribuire in modo civile. La questione di quante vorrei pagarne, magari, la tralasciamo. Insomma, vorrei esserci quando le cose andranno meglio e, pertanto, sarei disposta anche a fare qualche sacrificio ora, che non ce la passiamo troppo bene.

Per concludere, Signor Presidente, sono ben consapevole di aver avanzato una richiesta impropria, ma Lei capisce, Presidente, che noi quasi trentenni d’oggi le stiamo tentando tutte per non lasciarvi combattere da soli?

La ringrazio per l’attenzione, Presidente e mi perdoni i toni della missiva, ma sa, Presidente, l’ironia è la nostra ultima arma.